Paolo
Ober vive e lavora a Trento, dove è nato il 30 giugno 1960.
La sintesi visiva di Paolo Ober trova nella figuretta dell'uomo la sua più efficace
espressione, un ovoide o una sfera per testa, arti superiori e inferiori in cui
sono fusi mani e piedi, un corpo duttile che può allungarsi ed accorciarsi a
suo piacimento secondo i dettami di una fervida immaginazione fresca di invenzioni
da terzo millennio eppure ricchissime di connessioni con auliche preziosità medioevali
e bizantine.
Dosando con grande maestria la sua vivacità ludica, Ober muove il suo "uomo"
in uno scenario incantato ove i colori sono accesi e luminescenti come quelli
impiegati dalla "video-grafica": la "figuretta" si moltiplica
e galleggia in uno spazio alieno ed improbabile contorcendosi come quella di
un "cartoon" televisivo.
Se "l'omino radioattivo" di Keith Haring recuperava la pregnanza espressiva del
graffitismo "pop" ed anonimo dell'America contemporanea, la figura umana di Ober
subisce l'influsso dell'immagine creata al computer per la TV e si "disumanizza" entro
una dimensione virtuale che gli si offre come paradiso protetto ma che può anche
divenire un inferno della mente.
Rischi e vantaggi offerti all'uomo d'oggi si mischiano come le carte da gioco
in questa pittura sofisticata e gravida di messaggi: un mix di sogno e realtà.
Alvaro Spagnesi
Se Paolo Ober non si accontenta di rappresentare l'informe e di esprimere l'incosciente,
ma intende dare forma all'informe e sostanza all'inconsistente, esempio felice
di questa volontà formativa sono i suoi recenti lavori pittorici, nei quali il
gusto per le associazioni folgoranti, le deformazioni oniriche e le scenografie
iperreali è saldamente sorretto da una qualità inventiva, da una mano
duttile, precisa e sorprendente.
Capace del grottesco e dell'inquietudine, di ironia e sommesso pensiero, Ober
riesce a fare partecipi di quel magico stupore che sanno suscitare le figure
e gli oggetti che sembrano venire incontro da un altro mondo, con pochi e forti
tocchi distratti e insieme pronti a lanciarsi in divagazioni cromatiche imprevedibili,
a partire da qualsiasi pretesto. Combinazione di timbri e registri, tra sonorità
solare e gioiosa o melanconica e meditativa, la sua pittura - un itinerario,
un deposito di immagini, un catalogo di simboli, un collage di sogni, paesaggi,
interni, appunti di favole e fantasticherie, accesi, tutti, da una fosforescenza
che sa di visione, aneddoto e mistificazione - è un'avventura trascinante, nella
quale una pellicola di visioni sorprendenti e di metafore spinte fino ai confini
dell'immaginazione, cattura e deforma nelle trappole dello sguardo e della memoria,
situazioni improbabili e dimore inverosimili.
Provocazione e comicità, camuffate nella finzione mitico scenico narrativa, animano
i segreti pittorici, buttati a piene mani, con la convinzione di solidificare
plasticamente storie difficili e accidentate, argomentate con vigore e necessità
di sottoporre il reale all'apparenza di un virtuale figurare colorato, dentro
la cornice acrobatica di una pièce incantata, grottesco metafisica, che sa percepire
mito, fantasia e gioco senza diminuirli.
Il suo modo di raccogliere i frammenti più vari del reale e dell'immaginario,
entro una formulazione unificante di qualità tattili e visive, trova piena e
coerente condensazione nelle tematiche e negli strumenti.
La ribadita intenzionalità narrativa dedita allo sviluppo delle trame in un fraseggio
sinuoso e alternato, cerca e trova una propria organizzazione, anche quando fondata
su caotiche discontinuità. La proposta visiva alterna, tra inclementi fantasmi
e sbilanciate prospettive oniriche ed emblematiche, piani gremiti ad altri che
contengono solo uno o due particolari.
Un'istanza è riferita al segno e un'altra è tesa ad affermare il colore:
entrambe obbediscono interamente ad una disciplina che rende limpida la materia
pittorica mentre viene conclamato un geometrismo che non concede eccezioni. al
di là dei frantumi o della corposità coloristica di un sotteso surrealismo,
appaiono echi derivanti dall'art nouveau, dalla pop art, si salutano Kandinskij
e Chagall, e viene riverito imprescindibilmente Savinio.
L'umanità, la quotidianità, gli interni, gli oggetti sono elementi, nei
quali la poetica di Paolo Ober si rende riconoscibile: ansie ottagonali e cubici
tremori solidificano quell'inconscio nel quale coesistono tutte le date, le epoche,
i prima e i dopo, e cedono volentieri alla tentazione mobile, instabile e fluida
di essere avventura e di alludere sempre al contrastato rapporto con l'avventura,
pura elaborazione concettuale o suadente precisione coloristica che sia.
Nella sua pittura, teatro del contemporaneo e della visione, qualche elemento
inusuale o abnorme o imprevisto si insinua, stravolge e spezza momenti e segmenti
canonici della realtà raffigurata, sconvolge l'ordine dei segni, generando l'enigma
e il mistero.
Nell'evenienza dell'arte fantastica, il caso e l'ambiguità sono allegorie indecifrabili
ma l'immagine può essere disvelata. la chiarificazione è nel ricorso alle
idee svolte in ogni figurazione, specchio coperto di vita e fantasia.
Elisabetta Rizzoli
Le sue inconfondibili figure antropomorfe tendono le loro appendici di plastelina
colorata per condurci in quella sorta di dimensione parallela e fantastica che
ci attende come dietro allo specchio di alice. (...)
Sono omini semplificati, con un tondo al posto della testa e corpi nastriformi
elastici e sinuosi. In realtà la semplificazione è solo apparente, si
tratta piuttosto della volontà di rendere queste figure il più universali
possibile e il più possibile affini alla materia onirica dei suoi racconti. Le
opere di Ober nascono da una lunga elaborazione ideativa e grafica e seguono
una loro evoluzione che dalla metà degli anni ’80 le ha portate sempre
più lontane
dalla figurazione tradizionale verso quello che altrove è stato efficacemente
definito "un
mix di sogno e realtà" (A. Spagnesi, Firenze 1995), senza per questo rinunciare
alla ricchezza di particolari ed alla complessità di una tessitura pittorica
certosina.
In un mondo siffatto, dove le emozioni non possono essere affidate all’espressione dei volti o alla mimesi comunemente intesa, l’impatto cromatico gioca il ruolo decisivo nella seduzione esercitata dalle tele di Ober: sono colori forti ed artificiali, usati volutamente puri per sottolinearne i contrasti.
Il colore riempie lo spazio inconsistente in cui galleggiano figure, brani di
architetture o di natura, ed è un colore che si fa a volte materia, mescolandosi
con la sabbia, la iuta e la pasta. Lo spazio/colore tende a travalicare i confini
della tela, invade la cornice e sembrerebbe voler andare ancora oltre, inseguendo
la luce che si irradia dal centro verso l’esterno, esplosa in migliaia di piccole
pennellate.
Questo frazionamento del colore e la forza centrifuga della luce fanno sì che
la plasticità di corpi e oggetti, seppur evidente e insistita, sembri dissolversi
in virgole luminose e metterne in dubbio la consistenza, rilevando la loro natura
di sogno.
Da alcuni anni anche la cornice è coinvolta in queste esplorazioni cromatiche
e diventa essa stessa superfice pittorica, sempre più spesso modulata su più
piani e sagomata in forme inattese o funzionali al racconto.
Le figure sono in continuo movimento in questo spazio luminoso, un movimento
mai anarchico o casuale, ma sempre sotteso ad una simmetria compositiva che preferisce
di gran lunga il ritmo musicale alle rigide leggi fisiche, nel nome di una regolarità
matematica che non si avverte nel prodotto finito.
E così molti dei racconti visivi di Paolo Ober hanno un sottofondo sonoro: In-Canto,
Blues, Echi, Voce notturna... Altri titoli evocano invece momenti di introspezione,
legati a sensazioni o accadimenti personali, ma che sono anche tappe di un vissuto
comune. Sono quadri dove il movimento della composizione segue un ritmo spiraliforme
regolato da un moto rotante e ascendente che esprime graficamente uno sforzo
tortuoso verso la libertà e la spiritualità. In quest'ottica un'opera
come Nuovo programma si può quindi considerare un vero e proprio manifesto artistico:
rappresenta una sorta di schermo televisivo munito di tre manopole indicanti
i canali musica, colore, e libertà, capisaldi della poetica di Ober.
Se dovessimo risalire alla, o meglio alle paternità artistiche di Ober, l'elenco
sarebbe lungo e riunirebbe stili anche lontani cronologicamente e diversissimi
fra loro, ma quello che conta è che questo sincretismo ci venga restituito in
forme rinnovate e sostanzialmente personali.
Quello che ne risulta è una razionalità geometrica piegata all’irrazionalità
del sogno, una materia che si smaterializza nella musica e nella luce, un'arte
che non vuol essere né criptica né inquietante, ma semmai evocativa di
un mondo immaginifico capace di coinvolgerci tutti nel suo colorato girotondo
vitale.
Elisa Aneggi |