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mostra gennaio 2011
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Paolo Ober



1 - 31 gennaio 2011
pagina artista
Paolo Ober vive e lavora a Trento, dove è nato il 30 giugno 1960.

La sintesi visiva di Paolo Ober trova nella figuretta dell'uomo la sua più efficace espressione, un ovoide o una sfera per testa, arti superiori e inferiori in cui sono fusi mani e piedi, un corpo duttile che può allungarsi ed accorciarsi a suo piacimento secondo i dettami di una fervida immaginazione fresca di invenzioni da terzo millennio eppure ricchissime di connessioni con auliche preziosità medioevali e bizantine.
Dosando con grande maestria la sua vivacità ludica, Ober muove il suo "uomo" in uno scenario incantato ove i colori sono accesi e luminescenti come quelli impiegati dalla "video-grafica": la "figuretta" si moltiplica e galleggia in uno spazio alieno ed improbabile contorcendosi come quella di un "cartoon" televisivo.
Se "l'omino radioattivo" di Keith Haring recuperava la pregnanza espressiva del graffitismo "pop" ed anonimo dell'America contemporanea, la figura umana di Ober subisce l'influsso dell'immagine creata al computer per la TV e si "disumanizza" entro una dimensione virtuale che gli si offre come paradiso protetto ma che può anche divenire un inferno della mente.
Rischi e vantaggi offerti all'uomo d'oggi si mischiano come le carte da gioco in questa pittura sofisticata e gravida di messaggi: un mix di sogno e realtà. Alvaro Spagnesi
Se Paolo Ober non si accontenta di rappresentare l'informe e di esprimere l'incosciente, ma intende dare forma all'informe e sostanza all'inconsistente, esempio felice di questa volontà formativa sono i suoi recenti lavori pittorici, nei quali il gusto per le associazioni folgoranti, le deformazioni oniriche e le scenografie iperreali è saldamente sorretto da una qualità inventiva, da una mano duttile, precisa e sorprendente.
Capace del grottesco e dell'inquietudine, di ironia e sommesso pensiero, Ober riesce a fare partecipi di quel magico stupore che sanno suscitare le figure e gli oggetti che sembrano venire incontro da un altro mondo, con pochi e forti tocchi distratti e insieme pronti a lanciarsi in divagazioni cromatiche imprevedibili, a partire da qualsiasi pretesto. Combinazione di timbri e registri, tra sonorità solare e gioiosa o melanconica e meditativa, la sua pittura - un itinerario, un deposito di immagini, un catalogo di simboli, un collage di sogni, paesaggi, interni, appunti di favole e fantasticherie, accesi, tutti, da una fosforescenza che sa di visione, aneddoto e mistificazione - è un'avventura trascinante, nella quale una pellicola di visioni sorprendenti e di metafore spinte fino ai confini dell'immaginazione, cattura e deforma nelle trappole dello sguardo e della memoria, situazioni improbabili e dimore inverosimili.
Provocazione e comicità, camuffate nella finzione mitico scenico narrativa, animano i segreti pittorici, buttati a piene mani, con la convinzione di solidificare plasticamente storie difficili e accidentate, argomentate con vigore e necessità di sottoporre il reale all'apparenza di un virtuale figurare colorato, dentro la cornice acrobatica di una pièce incantata, grottesco metafisica, che sa percepire mito, fantasia e gioco senza diminuirli.
Il suo modo di raccogliere i frammenti più vari del reale e dell'immaginario, entro una formulazione unificante di qualità tattili e visive, trova piena e coerente condensazione nelle tematiche e negli strumenti.
La ribadita intenzionalità narrativa dedita allo sviluppo delle trame in un fraseggio sinuoso e alternato, cerca e trova una propria organizzazione, anche quando fondata su caotiche discontinuità. La proposta visiva alterna, tra inclementi fantasmi e sbilanciate prospettive oniriche ed emblematiche, piani gremiti ad altri che contengono solo uno o due particolari.
Un'istanza è riferita al segno e un'altra è tesa ad affermare il colore: entrambe obbediscono interamente ad una disciplina che rende limpida la materia pittorica mentre viene conclamato un geometrismo che non concede eccezioni. al di là dei frantumi o della corposità coloristica di un sotteso surrealismo, appaiono echi derivanti dall'art nouveau, dalla pop art, si salutano Kandinskij e Chagall, e viene riverito imprescindibilmente Savinio.
L'umanità, la quotidianità, gli interni, gli oggetti sono elementi, nei quali la poetica di Paolo Ober si rende riconoscibile: ansie ottagonali e cubici tremori solidificano quell'inconscio nel quale coesistono tutte le date, le epoche, i prima e i dopo, e cedono volentieri alla tentazione mobile, instabile e fluida di essere avventura e di alludere sempre al contrastato rapporto con l'avventura, pura elaborazione concettuale o suadente precisione coloristica che sia.
Nella sua pittura, teatro del contemporaneo e della visione, qualche elemento inusuale o abnorme o imprevisto si insinua, stravolge e spezza momenti e segmenti canonici della realtà raffigurata, sconvolge l'ordine dei segni, generando l'enigma e il mistero.
Nell'evenienza dell'arte fantastica, il caso e l'ambiguità sono allegorie indecifrabili ma l'immagine può essere disvelata. la chiarificazione è nel ricorso alle idee svolte in ogni figurazione, specchio coperto di vita e fantasia. Elisabetta Rizzoli

Le sue inconfondibili figure antropomorfe tendono le loro appendici di plastelina colorata per condurci in quella sorta di dimensione parallela e fantastica che ci attende come dietro allo specchio di alice. (...)
Sono omini semplificati, con un tondo al posto della testa e corpi nastriformi elastici e sinuosi. In realtà la semplificazione è solo apparente, si tratta piuttosto della volontà di rendere queste figure il più universali possibile e il più possibile affini alla materia onirica dei suoi racconti. Le opere di Ober nascono da una lunga elaborazione ideativa e grafica e seguono una loro evoluzione che dalla metà degli anni ’80 le ha portate sempre più lontane dalla figurazione tradizionale verso quello che altrove è stato efficacemente definito "un mix di sogno e realtà" (A. Spagnesi, Firenze 1995), senza per questo rinunciare alla ricchezza di particolari ed alla complessità di una tessitura pittorica certosina.
In un mondo siffatto, dove le emozioni non possono essere affidate all’espressione dei volti o alla mimesi comunemente intesa, l’impatto cromatico gioca il ruolo decisivo nella seduzione esercitata dalle tele di Ober: sono colori forti ed artificiali, usati volutamente puri per sottolinearne i contrasti.
Il colore riempie lo spazio inconsistente in cui galleggiano figure, brani di architetture o di natura, ed è un colore che si fa a volte materia, mescolandosi con la sabbia, la iuta e la pasta. Lo spazio/colore tende a travalicare i confini della tela, invade la cornice e sembrerebbe voler andare ancora oltre, inseguendo la luce che si irradia dal centro verso l’esterno, esplosa in migliaia di piccole pennellate.
Questo frazionamento del colore e la forza centrifuga della luce fanno sì che la plasticità di corpi e oggetti, seppur evidente e insistita, sembri dissolversi in virgole luminose e metterne in dubbio la consistenza, rilevando la loro natura di sogno.
Da alcuni anni anche la cornice è coinvolta in queste esplorazioni cromatiche e diventa essa stessa superfice pittorica, sempre più spesso modulata su più piani e sagomata in forme inattese o funzionali al racconto.
Le figure sono in continuo movimento in questo spazio luminoso, un movimento mai anarchico o casuale, ma sempre sotteso ad una simmetria compositiva che preferisce di gran lunga il ritmo musicale alle rigide leggi fisiche, nel nome di una regolarità matematica che non si avverte nel prodotto finito.
E così molti dei racconti visivi di Paolo Ober hanno un sottofondo sonoro: In-Canto, Blues, Echi, Voce notturna... Altri titoli evocano invece momenti di introspezione, legati a sensazioni o accadimenti personali, ma che sono anche tappe di un vissuto comune. Sono quadri dove il movimento della composizione segue un ritmo spiraliforme regolato da un moto rotante e ascendente che esprime graficamente uno sforzo tortuoso verso la libertà e la spiritualità. In quest'ottica un'opera come Nuovo programma si può quindi considerare un vero e proprio manifesto artistico: rappresenta una sorta di schermo televisivo munito di tre manopole indicanti i canali musica, colore, e libertà, capisaldi della poetica di Ober.
Se dovessimo risalire alla, o meglio alle paternità artistiche di Ober, l'elenco sarebbe lungo e riunirebbe stili anche lontani cronologicamente e diversissimi fra loro, ma quello che conta è che questo sincretismo ci venga restituito in forme rinnovate e sostanzialmente personali.
Quello che ne risulta è una razionalità geometrica piegata all’irrazionalità del sogno, una materia che si smaterializza nella musica e nella luce, un'arte che non vuol essere né criptica né inquietante, ma semmai evocativa di un mondo immaginifico capace di coinvolgerci tutti nel suo colorato girotondo vitale.
Elisa Aneggi
 

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