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"LA
POESIA DI GIAN GENTA"
recensione di Paolo Coiro
Gian Genta è come un treno che ti si scaraventa addosso:
è diretto. A volte brutale, ma fiero e coerente. Non
scordiamoci "originale", che non serve solo a far
rima, ma è una delle tante qualità della scrittura
di Pedro, così come lo chiamano gli amici.
Lotta contro il quotidiano e l'ipocrisia: binomio imprescindibile
visti i suoi tanti anni di attività politica. A volte
rassomiglia ad un maestro del pensiero che ti butta giù
due righe, in cui puoi ritrovarti tu e il tuo io più
profondo. Ma la sensibilità è diversa, è
matura in Gian Genta quella filosofia letteraria tanto cara
al De Sanctis: "l'ideale calato nel reale". La vita
come semenzaio del nostro essere uomini, delle nostre esperienze
e di una sottile saggezza "crudele" che è
molto vicina all'autore.
Come tutti sappiamo, a volte, la verità nuda e cruda
può far male. È proprio da lìì che Gian parte
per poter riflettere in acqua stagnata un io universale.
Al lampo dell'aforisma, unisce una qualità poetica
che si innerva e riproduce nel paesaggio ligure, terra di
grandi cantori. Uno degli aspetti più incantevoli del
suo pensar poetico, è quella dolce unione tra le molteplici
sfaccettature dell'io e la coerenza di ritrovarsi tutti uguali
di fronte all'apparire del mondo.
"[...] Tutti si somigliano come nella vita di tutti i
giorni
quando si stringono le mani
e ad alta voce si ripetono pensieri
che altri hanno pensato".
È proprio lui a confessarcelo in questo stralcio di poesia.
La sua acuta riflessione sul viver giornaliero, deriva da
un carattere ostile che non fa passare nulla di ciò
che non vede chiaro e onesto. "[...] Non so se questo
è un bene", si domanda l'autore. Il finale di
quest'altro suo scroscio di parole è confortante ed
esalta ancor di più la sua poesia del vivere: "...
Ma ne vado orgoglioso".
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