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RAPSODIA
PER RITA PACILIO
nota di Fausto Nicolini
Dio mio, quanti poeti in Italia! La poesia potrebbe sembrare
opera pressoché estinta e invece sorprende un sospetto di
genere quasi cavalleresco: nell'ultimo anno temo siano più
le pubblicazioni poetiche che i cellulari venduti; più i
versi scritti che il numero di chiamate da rete mobile. Stupisce
però che lo share di una silloge sia così misero;
peccato che gli sforzi editoriali per promuovere la poesia
siano, in sostanza, devoluti alla protezione della stessa.
Detto cosìė sembrerebbe un tristo paradosso!
Leggendo versi di centinaia di autori sconosciuti, qualcuno appena rinomato,
ho apprezzato, anzi, sto imparando ad apprezzare, quelli di una nuova amica,
rimasta ancora avvolta nelle nebbie del web. Ci siamo ritrovati a comporre insieme
giochi di poesie, grazie ai potenti mezzi offerti da internet, senza alcuna difficoltà,
instaurando una sorta di complicità "versifera" (parola composta
dal verbo versificare e dall'aggettivo lucifera), e quando abbiamo intuito che
l'affair stava per prendere una piega pericolosa (luciferina, appunto) ci siamo
immediatamente astenuti dal proseguire. Poi mi è capitato di leggerla in assolo:
prima raramente, poi più frequentemente.
Rita Pacilio da Benevento, ha pubblicato per i tipi di LietoColle (2008), "Tra
sbarre di tulipani". È dovere chiarirlo - il mio scritto non vuol
essere una recensione al volume, né una promozione, né un'introduzione
a se stante. È
una semplice relazione emotiva alla lettura di alcuni versi dell'autrice. Non
ho avuto, infatti, ancora il piacere di leggere l'intera raccolta, ma mi sono
soffermato su qualche composizione posta in visione sul sito della casa editrice.
Simbolicamente tra sbarre e tulipani intercorre un accordo assai disarmonico,
un rapporto poeticamente ispido perché le sbarre, di norma, serrano, racchiudono
nel buio, mentre i tulipani svettano liberi verso un cielo illuminato; inoltre
gli steli (che presumibilmente dovrebbero formare la griglia della ipotizzata
cella) lascerebbero i petali indecisi di aprirsi all'interno o all'esterno
di essa... ma sulla scelta del fiore nessuno può dare una risposta certa; e siccome,
con ogni probabilità, non ne è sicura nemmeno l'autrice, noi lettori
non ci poniamo questo dubbio, ma abilmente aggiriamo il problema, cercando di
risolverlo con un'altra spiegazione. Magari con una nostra interpretazione,
anche spavalda.
Personalmente mi sono lasciato coinvolgere da singole parole usate con decisione
e precisione, dalla Pacilio, da singoli versi uniti da un comune procace sentimento,
che mi hanno rinnovato l'emozione del primo grande amore letterario: la Salomé
di Oscar Wilde, opera tra le più sensuali della storia della letteratura.
Infatti le poesie lette sono di un'incandescente sensualità. Anche quando
si nasconde dietro ombre più sobrie si coglie la parola che ammicca alla
voluttà,
l'espressione di carnalità. La Pacilio sembra s'impossessi del testo
wildiano per rimescolarlo in versi con la sua sensibilità, partendo dall'elemento
più
seduttivo: la luna. "Com'è bella la luna questa sera", così comincia
il dramma dei sette veli. E la Pacilio risponde come se a parlare fosse proprio
Salomé prima
ancora che appaia in scena: "Portami via Luna nel tuo deserto"... "Sciolgo
i capelli nell'altro quarto di luna"... che... "si
rovescia su di me". Salomé
è pronta a diventare donna e non sa come fare, si sente perduta, rinchiusa
com'è
nella reggia d'Erode. Avverte il suo corpo invecchiare già: "Nell'oscura
mia valle svanisce / la voce che non dici / E il silenzio minaccia / le cose
che respirano sotto il sole". Il primo illibato tulipano osserva attentamente
la sua intimità e
non può fare a meno di pensare che "Il perimetro è strangolato
da rovi".
Ci sono atmosfere davvero luciferine che la luna crea e gli autori raccolgono:
dietro il candore lunare si cela sovente un fatto di sangue, determinato da una
passione che esplode imponente. Certamente si tratta d'amore, ma amore fatto
di sensi, di sospiri, sė, ma licenzioso, un amore sviscerato da malinconie romantiche
alle quali sono preferite perfino le più reali angosce dell'insoddisfazione.
Wilde contrappone alla seduzione di Salomé, la quale non da donna ma da
femmina si appropria del potere del sovrano, la seduzione verbale di Iokanaan,
cioè la
parola (l'altro tulipano), quella che la Pacilio cosė traduce: "Dalla
mia bocca / si distende / l'acqua / che va al mare...". Com'è mediterraneo questo
senso di possedersi violentemente, anche soltanto con un diverbio incandescente
che
è l'esubero della passione che cova in certe storie del nostro sud! "Superba
/ la lingua / sventola baci" E da questa lingua fuoriesce, appunto, una cascata
di parole come fosse acqua che va al mare, quindi verso l'orizzonte da cui sembrerebbe
più facile acciuffare la perversa e liberatoria luna, che fa sospirare
all'amante "E la tua lingua / dai capezzoli risale alle
ciglia l'acqua" -
da questa lingua, dicevo, nascerà il dramma scatenato da gelosie e invidie
a catena da parte di Erode e di Erodiade. Iokanaan, innamorato della giovane
figlia della regina, dal buio della sua cella urla: "Mi
hai cucito la bocca con il filo spinato / e le mie parole di sangue / hanno allagato
la strada sotto i tuoi piedi". Salomè č vinta:"Non
sento più il respiro da prostituta
/ né il
calore di mia madre dalla carne giovane". E poi ancora: "Ora
che sono / schiava / di questa carne".
La principessa non può far altro che obbedire ai suoi istinti di donna:"Il
fantasma mi prende per mano. Con vigore", scrive ancora la Pacilio - forse inconsapevolmente,
forse no - lasciando immaginare che sia il fantasma di Iokanaan, ancora vivo,
a guidare le decisioni di Salomé, la quale per liberare dalle sbarre (ecco
le sbarre!) dietro cui é rinchiuso il bellissimo Iokanaan (ricordiamoci:
per Wilde, Iokanaan è la
Bellezza fatta carne) per poterlo amare liberamente, per poterlo avere tutto
suo, è costretta a implorarne la morte. Ma prima però c'è un
tentativo segreto dei due amanti di possedersi almeno una volta: "Fammi
due carezze dietro le sbarre", sembra dire lui. E Salomé finalmente sfacciata
e decisa a concedergli la verginità: "Dammi la lunghezza
/ della tua carne / perché la mia tana
/ non è marcia".
E al finale della tragedia chi potrebbe dire a chi "Guarda
la luna. Le vedi le lacrime?" ... Potrebbero essere le parole degli amanti finalmente liberi
di possedersi di fronte alla luna, ma mi piace supporre che sia il lamento di
Erodiade, matriarca che ha fallito nei suoi intenti, e si rammarica ora di sapere
sua figlia morta per ordine dell'uomo che per anni, lei, ha cercato di ingannare.
Da lontano arriva l'eco di Salomé: "Sarò sola come ora. / A
strappare con i denti / le ortiche dai miei passi".
Bocche che trasudano parole di sangue, lingue voraci alla ricerca di baci...
pelle stropicciata, seni e capezzoli: la poesia di Rita Pacilio è fatta essenzialmente
di carni illuminate e nascoste da voluttuosi chiaroscuri lunari.
http://www.lavocedidentro.blogspot.com/
Fausto Nicolini - Roma, 11 aprile 2009
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