PITTORE
DELLO SCHERMO
di Stefano Rollero
È morto
a Roma, lunedì 30 luglio, Michelangelo
Antonioni, uno dei grandi registi
del cinema italiano.
"Perdiamo con Antonioni un lucido e sensibilissimo
intellettuale, un grande regista: fino alla fine, è
stato osservatore acuto del male del Novecento
in tutte le sue espressioni. La sua scomparsa chiude
un ciclo storico del cinema italiano."
Antonioni era anche pittore, un anno fa si inaugurava al
Tempio di Adriano a Roma, (allestito per l'occasione da
Renzo Piano, Massimo Alvisi, Enrica Antonioni e Junko Kirimoto.)
la mostra di Michelangelo Antonioni titolata: "Silenzio
a colori".
Ottanta dipinti e trenta sculture raccontano il talento
creativo di un uomo/artista le cui riflessioni cromatiche
abbinate al soave turbinio di linee si proiettano sul suo
cammino trascorso. Si affaccia di nuovo la volontà di
comunicare il silenzio, il vuoto, come ha sempre cercato
di fare nei suoi film. I volteggi, sopra, intorno, a fianco
alla statua del Mosè
di San Pietro in Vincoli, nel suo ultimo documentario,
ci riportano a questi volteggi colorati di linee definite
e indefinite, che si perdono e si ritrovano in un insieme
astratto che alla fine conduce ad un perfetto equilibrio
armonico. Un viaggio in cui i colori diventano i nuovi
attori del maestro e dove il nuovo linguaggio permette
di raggiungere la profondità
dell'anima senza l'utilizzo delle parole.
È da quattro anni che Antonioni dipinge con l'aiuto
di due damigelle, le sue assistenti che fungono da pennello,
Alessandra e Monica, ormai in piena sintonia con il dolce
pittore dalle idee ben chiare. La città, grazie
al Doc Fest, alla Regione Lazio, al Comune di Roma, alla
Camera di Commercio e alla Festa del cinema, gli rende
omaggio con questa esposizione orchestrata da sedici pannelli
bianchi inseriti nel pavimento a mò di spirale.
Qui si condensano quadri su tela di diverse dimensioni
e impatto visivo. Dirimpetto una parete tappezzata di tessuto
nero su cui galleggiano altri quadri. "Un tuffo
nel coloratissimo silenzio di Michelangelo – afferma
la compagna Enrica, anche curatrice della mostra – è stato
complicato mettere in scena il vuoto, come lo era per i
suoi film. Ma ce l'abbiamo fatta, senza alcun compromesso.
Anche in questa attività Michelangelo non si accontenta.
Quando costruire un quadro non si limita a prendere il
colore dal barattolo, deve trovare quello perfetto".
La sede che accoglie una parte dell'immenso corpus delle
opere
"michelangiolesche" rappresenta una sorta di
ritorno al passato, sembra di rivivere sul set dell’Eclisse. "Meraviglioso.
Quasi un sogno – continua Enrica -. Ora
però
vogliamo portare questi quadri in giro per il mondo.
L'idea iniziale era di partire da New York, l’ultima
città
visitata da Michelangelo". E ancora questo
inno al colore non può che ricordarci Deserto
rosso.
Macchie dalle forme disparate, sinuose, piane, leggiadre,
nervose; quadri che si raccontano in modo diverso a chiunque
li guardi. Come i film di Antonioni che non sancivano la
chiusura del cerchio, lasciavano sempre aperta la strada
alla libera interpretazione. È proprio questa la
sensazione che si prova quando si entra in contatto con
queste opere d'arte: un gran senso di libertà.
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