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Giacomo Maria Prati

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IL MITO (E IL BUSINESS) DELL'ATTRIBUZIONE ARTISTICA
Perché il Salvator Mundi americano non è di Leonardo.
Ragionamenti filosofici sull'attribuzione di un opera d’arte

La questione è semplice. Negli U.S.A. è stato fatto conoscere al pubblico un bellissimo dipinto che raffigura Gesù nel modello del "Salvator mundi" mentre benedice con la sua destra e regge una sfera del mondo trasparente con la sua sinistra. Il modello iconografico è antico e tradizionale ma l'interpretazione che l'opera ne dà è unica e stupenda! Secondo problema: esiste un dipinto simile, attribuito a Marco d'Oggiono o a Boltraffio. È simile al primo proprio per la specifica variazione del modello iconografico comune. Ma le due opere presentano anche forti differenze e una complessiva netta ed evidente superiorità qualitativa ed espressiva del capolavoro americano. Pietro Marani, il maggior esperto italiano di Leonardo, attribuisce il dipinto americano a Leonardo, mentre Carlo Pedretti, il maggior studioso mondiale di Leonardo, in particolare dei suoi scritti, nega l'attribuzione. La questione è difficile e chiama in causa i fondamenti dell'ermeneutica, non solo artistica. In questi casi l'analisi tecnica talvolta dimentica le esigenze di una matura cultura ermeneutica. Prima di parlare di copie o di originali bisognerebbe, come ci insegna Umberto Eco in "I limiti dell'interpretazione", ragionare logicamente a livello di metodo e di possibilità, individuando prima i criteri che permettono di identificare un opera come un opera di Leonardo e nel contempo fare l' "identikit" di almeno un'altra opera di raffronto, che in questo caso non può che essere il simile dipinto attribuito a Marco d'Oggiono o al Boltraffio. La difficoltà logica consiste proprio in questo, come ha evidenziato Umberto Eco, cioè nella difficoltà di enucleare criteri indipendenti dall'esigenza di attribuzione e dall'esigenza dei raffronti, che facciano da terzo elemento di paragone per le valutazioni concrete. Manca insomma la controprova. Entrambe le opere, il capolavoro americano e l'interessante e simile quadro leonardesco, sono pezzi unici e pregiati, accomunati da un simile modello iconografico, assai antico e diffuso nei tratti generali ma a sua volta rarissimo nelle sue specificità: la veste di Gesù con le bande intrecciate e la sfera del mondo trasparente, non descrittiva. Il rapporto fra le due opere potrebbe anche vedersi in senso opposto alla prima impressione, cioè l'opera migliore, quella americana, potrebbe essere uno sviluppo successivo della prima opera leonardesca, oppure potrebbero essere due versioni anche quasi contemporanee ma di sensibilità e abilità differente. Lo studioso tecnico talvolta viene travolto dalla sua stessa cultura e dalla sua superspecializzazione tecnica, mentre lo studioso di tutto Leonardo, come Carlo Pedretti, metodologicamente si trova avvantaggiato in quanto possiede una visuale più ampia ed equidistante. Anche per questo ritengo la posizione di Pedretti, contraria all’attribuzione a Leonardo, più attendibile. I dati e le analisi tecniche infatti non sono mai risolutive, come lo studio della Sindone dimostra. È il ragionamento interpretativo a fare la differenza e "vince" chi è più coerente ed esaustivo, cioè chi prende in considerazioni tutti gli elementi e tutte le variabili, senza pregiudizi a favore o contro un possibile attribuzione. Oltre a ciò un analisi regge alle critiche se esplicita i criteri che l'hanno guidata e sorretta. Un esperto tecnico difficilmente compie quest'operazione di auto-organizzazione e di auto-consapevolizzazione. Eppure ogni perizia tecnica per essere valutata efficacemente deve offrirsi anche nel rapporto fra il proprio andamento, le proprie conclusioni e le sue premesse, criteri e presupposizioni strutturanti. L'analisi dei pigmenti infatti non può essere decisiva in quanto non esisteva un copyright sugli stessi! La stessa bottega di Leonardo li produceva e molti artisti sono entrati in rapporto con i leonardeschi, come Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma, come ad esempio ricorda Roberto Bartalini nel suo studio Le occasioni del Sodoma: dalla Milano di Leonardo alla Roma di Raffaello (Donzelli Editore, 1996) Non sappiamo con certezza poi in che misura pigmenti simili fossero diffusi. Bisognerebbe fare le medesime analisi su migliaia di opere d'arte e di arte applicata dello stesso periodo storico dell'opera in esame! Operazione ovviamente impossibile. Un imitatore di Leonardo, anche non facente parte della sua bottega, avrebbe potuto anche utilizzare pigmenti simili.

A livello di attribuzione infatti i casi possibili sono i seguenti:
1. Il dipinto americano è un imitazione di Leonardo
2. il dipinto americano è una copia di un opera analoga di Leonardo andata perduta o non pubblicizzata
3. il dipinto americano è di un artista leonardesco non identificabile
4. il dipinto americano è di Boltraffio, il miglior imitatore del Leonardo pittore sacro,
5. il dipinto americano è di Leonardo
6. il dipinto americano è di un altro grande artista che ha voluto omaggiare Leonardo (ad esempio: Durer o un fiammingo)
7. il dipinto americano è un opera manierista tardo cinquecentesca

Quando si vuole attribuire un opera d'arte si rischia di incorrere in automatismi mentali se il metodo non è assistito da una sufficientemente sensibile e completa cultura dell'ermeneutica. Un interprete dotato di una buona sensibilità e conoscenza ermeneutica può confrontarsi senza timidezze con qualsiasi esperto tecnico, come un buon giudice può valutare efficacemente qualsiasi perizia tecnica. Un tecnico infatti come può valutare se stesso? Bisogna uscire dal linguaggio tecnico per poter concludere interpretativamente sull'attribuzione di un opera. Il caso del "Salvator mundi" americano appare emblematico. Pietro Marani penso sia stato tratto d'inganno dal fatto che l'esemplare italiano sia nettamente inferiore dal punto di vista tecnico e linguistico. Se si accostano le due opere si crea una suggestione così forte da spingere emotivamente per l'attribuzione dell'opera migliore al migliore di tutti: Leonardo. Il sillogismo su cui penso che si sia basata l’attribuzione di Marani sembra concettualmente semplice: siccome c'è già un altro esempio, inferiore, di questo quadro, allora l'esemplare americano è l'originale di Leonardo. La sua ermeneutica è fondata su di un assunto suggestivo, ma non è facile fondarla razionalmente, in quanto è assai difficile dimostrare che debba necessariamente esistere un rapporto copia/originale fra le due opere. Potrebbero anche essere due originali o due copie entrambe di un terzo sconosciuto! Se consideriamo la "Madonna Litta" di Boltraffio con il "Salvator mundi" americano notiamo similitudini nell'ottima qualità dell'imitazione di Leonardo, nella analoga espressività "alla maniera di Leonardo", la quale sapeva essere estremamente convincente perché poteva agire mentre Leonardo era ancora in vita e operante. Un manierismo "contestuale". Il genio di Leonardo genera un identità così forte e definita nelle sue opere che risulta persino possibile tracciare un identikit astratto delle differenze fra i leonardeschi e Leonardo. I Leonardeschi incorrono nei seguenti deficit che li rendono abbastanza facilmente riconoscibili in linea generale:

1. appaiono più "leonardiani" di Leonardo. Alcuni autori insistono nel ripetere la somiglianza del viso della Madonna con il viso di Leonardo stesso, come Boltraffio o il Maestro della Pala sforzesca, altri caricano cromaticamente ed espressivamente i volti in modo eccessivo, tanto da sembrare esageratamente e smaccatamente leonardiani. È un meccanismo simile a quello del testimone processuale falso che per apparire vero rilascia una deposizione eccessivamente precisa e convinta;
2. la resa tecnica dei leonardiani è di solito così inferiore e differente che non serve quasi neppure essere esperti per accorgersene, balza all'occhio già dalle riproduzioni fotografiche, non cercano cioè di riprodurre Leonardo, mentre resta compito dell'esperto dire di che leonardesco si tratti;
3. l'imitatore imita solo alcuni aspetti della pittura di Leonardo, come un volto, una postura, un gesto. Le opere restano degli ibridi, manca l'unità organica e ideativa;
4. Il leonardesco imita solo il Leonardo pittore, non tutto Leonardo, mentre Leonardo quando dipinge è sempre tutto se stesso, porta con se con molta coerenza anche il Leonardo geometra, il Leonardo architetto, il Leonardo filosofo, anche per questo la visuale di Pedretti appare più attendibile perché non si può scindere il Leonardo scrittore dal Leonardo pittore; nei leonaderschi manca infatti la sapienza geometrica e il culto della proporzione tipico di Leonardo, come ha bene evidenziato Martin Kemp;
5. Muta l'iconografia e l'iconologia. Il leonardesco non presenta più lo straordinario e delicato equilibrio fra tradizione ed innovazione tipico di Leonardo, mentre dal punto di vista iconologico nessun leonardesco mostra una spiritualità così semplice e così profonda come quella di Leonardo, né idee compositive così creative. Risultano tutti assai canonici e convenzionali rispetto all'unicità di tutte le opere di Leonardo il quale, come Mozart, è inimitabile. Solo morfologicamente i leonardeschi mutuano volutamente alcuni tratti identitari di Leonardo, come in omaggio affettuoso e sincero al loro venerato maestro e amico, tanto riconoscibile quanto più appare efficace tecnicamente

Il Salvator mundi americano presenta alcune contrastanti caratteristiche a cui ora accenneremo suddividendo l'immagine in cinque parti.

I. La prima parte, la più affascinante, corrisponde al viso. Più che Leonardo il viso mi ricorda il Durer degli autoritratti, per la nordicità del sembiante, i piccoli riccioli, il viso allungato. Il viso non solo è nordico ma presenta anche aspetti semitici. La "semiticità" del volto non è decisiva per l'associazione a Leonardo in quanto anche un bravo allievo e amico avrebbe potuto assimilare e condividere le letture e le sensibilità ebraiche di Leonardo, mentre al contrario nelle fiandre l'influsso socioculturale ebraico non era irrilevante. Qui abbiamo un Gesù dal volto simile all'agnello. Ma lo stesso Cenacolo è fortemente influenzato dalla spiritualità giovannea, sia vangelica che apocalittica. Si tratta di caratteri così evidenti di Leonardo da poter essere "passati" osmoticamente negli allievi, oppure derivare dal gusto nordico per l'Apocalisse.
II. La mano destra, dal punto di vista di Cristo, appare la meglio realizzata. Ma tutta questa luce sulla mano, che gioca teatralmente con il fondo scuro, spinge a pensare al manierismo tardocinquecentesco;
III. La tunica appare eccessivamente dettagliata ed eccessivamente retorica per essere di Leonardo. Nel maestro i corredi iconografici sono sempre ridotti all'osso, e rivissuti in un processo di interiorizzazione e spiritualizzazione. Qui la tunica appare magniloquente: con due gemme e la fasciatura incrociata tipica dei paramenti del Sommo Sacerdote del Tempio di Gerusalemme. Basti pensare al Cenacolo per avere conferma della semplicità delle vesti sacre in Leonardo. All'incrocio delle vesti si allude nell'autoritratto di Durer.
IV. Della sopraveste si nota subito la scarsa resa qualitativa rispetto alla tunica. Un'incoerenza tipica dei leonardeschi e mai trovabile nella perfetta unità interna delle opere di Leonardo.
V. La sfera del mondo resa trasparente, segno dell'Omniscienza di Cristo, mi sembra simbologia nordica, fiamminga. Ricorda la sfera trasparente nel Giardino delle Delizie di Bosch.

In conclusione l'opera non presenta quella coerenza interna e quell'espressività e spiritualità linguistica proprie dell’opera di Leonardo, pur restando un ottimo lavoro, magari del miglior Boltraffio, oppure un omaggio di Durer o di un fiammingo. Ovviamente questa breve analisi è stata fatta valutando immagini di pessima qualità prese dal web, ma conserva una sua autonomia ermeneutica, propria di ogni ragionamento che, in quanto ragionamento, può serenamente confrontarsi con qualsiasi altro distinto approccio tecnico o empirista, ancora più relativo, per sua stessa natura. Auguriamoci che la cultura dell'ermeneutica sappia crescere nel confronto e nel dialogo superando gli steccati della "iper-specializzazione" tecnica, facendo ad esempio tesoro dei preziosi insegnamenti del Prof. Gaspare Mura, uno dei attuali migliori studiosi della cultura ermeneutica in tutti i suoi aspetti storici, logici e filosofici, a cui mi ispiro e la cui lettura può essere stimolo utile per un'ermeneutica più libera e più autonoma dai condizionamenti del mercato.

Giacomo Maria Prati - Tortona, 3 settembre 2011
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